Per anni il Fintech italiano è cresciuto in una sorta di terra di mezzo: innovazione spinta, modelli organizzativi digitali, competenze altamente specializzate… ma nessuna cornice contrattuale che riconoscesse davvero la natura del settore. Le aziende applicavano contratti del commercio, del terziario, talvolta addirittura del metalmeccanico, con risultati spesso insensati: data scientist inquadrati come impiegati generici, sviluppatori fintech assimilati a ruoli amministrativi, product manager digitali inseriti in schemi pensati per tutt’altro mondo.
La nascita del primo CCNL dedicato all’innovazione finanziaria, presentato a Roma da Confimprenditori e APSP (Associazione Prestatori Servizi di Pagamento), rompe finalmente questo paradosso. È un passaggio che non riguarda solo le risorse umane: è un riconoscimento politico, culturale e industriale. Significa dire, una volta per tutte, che il Fintech non è un’appendice del sistema finanziario tradizionale, ma un settore autonomo, con dinamiche proprie e un peso crescente nella nostra economia.
Uno strumento calibrato per un settore che corre veloce
Il contratto nasce con l’ambizione di essere un “vestito su misura”, come lo ha definito Maurizio Pimpinella, Presidente APSP e Fondazione Italian Digital Hub. L’obiettivo è tenere insieme due esigenze spesso in tensione: da un lato la flessibilità necessaria alle imprese innovative, dall’altro tutele moderne e coerenti per i lavoratori. È un equilibrio delicato, ma indispensabile se l’Italia vuole competere con gli ecosistemi europei più maturi, dove la regolazione del lavoro tech‑finance è già un fattore di attrazione per talenti e investimenti.





